Una sentenza anticounselling? PDF  | Stampa |  E-mail

wanted2.jpgCircolano da giorni in rete notizie esultanti degli psicologi in merito a una sentenza che avrebbe definitivamente dichiarato “fuori legge” i counsellor.

L’Osservatorio di Psicologia nei Media pubblica una intervista a Eugenio Calvi che, per chi ha la pazienza di leggerla interamente evitando di fermarsi in superficie, chiarisce alcune affermazioni che sono state riportate in modo parziale e che rischiavano di attribuire a Calvi, che stimiamo e apprezziamo,  posizioni francamente limitate e ottuse che non ha mai assunto.

Potete leggere QUI l’intervista completa, sul sito dell'Osservatorio.

 

Silvana Quadrino ha mandato a Psicologia nei Media il seguente commento:

Sono una -anziana- psicologa psicoterapeuta. Nel 1990 aprii a Torino la prima scuola di counselling sistemico italiana, l'Istituto CHANGE di Torino.

Eugenio Calvi era allora Presidente dell'Ordine, e a lui mi rivolsi quando alcuni colleghi particolarmente biliosi minacciarono di denunciarmi e di chiedere la mia radiazione dall'albo con le stesse motivazioni che oggi accompagnano la polemica contro il counselling: avrei insegnato a non psicologi competenze che attengono esclusivamente allo psicologo.
Ricordo una telefonata in cui Eugenio mi disse che il problema non esisteva, visto che la nostra scuola dichiarava ufficialmente di preparare a una professione diversa da quella dallo psicologo, professione del resto esistente e praticata in tutta Europa e nei paesi anglofoni. Non fui radiata. Ho continuato a formare counsellor, con passione e successo.

Inviterei tutti ‐ colleghi psicologi, formatori e studenti delle scuole di counselling, a leggere con attenzione le affermazioni di Calvi, come sempre saggio e accurato nelle sue argomentazioni. Dalle sue affermazioni sono stati estrapolati brani che le rendono goffe e ridicole: ad esempio leggo in una sintesi che circola in rete che Calvi avrebbe affermato che sono "specifici di tale professione (di psicologo) quei mezzi il cui uso si fonda sulla conoscenza dei processi psichici e che consistono essenzialmente nella osservazione, nel colloquio e nella somministrazione di test aventi lo scopo di individuare particolari aspetti del funzionamento psichico", tralasciando le precisazioni seguenti che ne modificano radicalmente il senso:
"Detti strumenti sono psicologici nella misura in cui hanno per finalità la conoscenza dei processi mentali dell’interlocutore, con l’utilizzo di schemi e teorie proprie delle scienze psicologiche; .... non tutte le osservazioni, non tutti i colloqui e non tutti i test hanno tali finalità, e quindi esistono, ovviamente, osservazioni, colloqui e test che non sono di esclusiva competenza dello psicologo."
Cioè, traduco, anche i colloqui di counselling, purché chi li conduce sia stato preparato a utilizzare altri schemi e altre teorie di riferimento, e a muoversi verso obiettivi diversi dalla "conoscenza dei processi mentali dell'interlocutore", pur mantenendo però l'obiettivo del miglior benessere della persona (o dovremmo chiedere ai counsellor di avere come obiettivo il malessere delle persone, per evitare di essere accusati di esercizio abusivo???).

Io non credo che abbia senso questa specie di guerra santa contro i counsellor in quanto tali.
Sarebbe semmai utile una riflessione approfondita sulla qualità della formazione: quella dei counsellor ma anche quella degli psicologi.

Competenze di conduzione di colloqui non finalizzati alla conoscenza dei processi mentali dell'individuo sono non solo necessarie ma indispensabili in contesti nei quali la persona che si rivolge al professionista non richiede di essere aiutata a conoscere o riconoscere i propri processi mentali, ma di essere informata con competenza, orientata nella rete dei servizi, aiutata a prendere decisioni senza per questo entrare in modo approfondito nell'analisi dei propri processi mentali, percorsi decisionali ecc.
Moltissimi giovani (e meno giovani) psicologi lavorano in realtà di questo tipo, sanitarie, educative,assistenziali e non sanno condurre colloqui di questo genere. Molti frequentano i nostri corsi di counselling.
Ci sono poi educatori, professionisti sanitari, operatori sociali che diventano counsellor proprio per imparare a condurre colloqui non psicologici nell'ambito di lavoro in cui operano, in cui difficilmente verrebbe assunto uno psicologo, mentre è frequente che venga utilizzato un professionista già in organico con funzione di counsellor.

Ripeto, il problema vero è la qualità della formazione; e poi la correttezza del dibattito. Non sono i divieti o l'esultanza per sentenze punitive che faranno crescere in qualità e in dignità la professione dello psicologo. Chi insegna nelle scuole di psicoterapia faccia un esame di coscienza, prima di accusare i counsellor di incompetenza: non ne sono nate troppe?
Non c'è stata troppa facilità nel riconoscerle? Dal mio osservatorio di anziana supervisore vedo, purtroppo, tanta superficialità e incompetenza... Preferisco un counsellor ben preparato, con una supervisione costante e attenta e l'obbligo di aggiornamento continuo, come imponiamo ai counsellor che escono da CHANGE, a disinvolti psicoterapeuti che sfornano garruli e convinti le loro pensate sui "processi mentali dell’oggetto indagato", convinti che basti l'iscrizione all'albo per dare credibilità e verità alle loro affermazioni sui suddetti processi mentali.

In conclusione, grazie a Calvi per le sue precisazioni, ma per favore leggete TUTTO quello che dice. E poi, cerchiamo di intervenire sulla qualità delle professioni, e non sull'esclusione a priori di professioni che esistono da anni in tutto il mondo e che non ha davvero senso immaginare di poter escludere dal panorama italiano.

Silvana Quadrino, Istituto CHANGE - Torino

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