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Docente di Sociologia della Salute
Università di Padova
Daniele Nigris
In qualsiasi dichiarazione, ciò che viene affermato può apparirci vero o falso rispetto a qualcosa che conosciamo.
Una frase come la precedente, che appare sicuramente condivisibile alla ragione ingenua, nasconde in realtà un’intera costellazione di problemi epistemologici. Ne ricordo brevemente un paio, per poter poi concentrare l’attenzione sulla categoria epistemologica dell’errore.
La frase può venir pronunciata con enfasi diverse, che sottolineano il senso di alcune sue componenti. Ad esempio: “In qualsiasi dichiarazione, ciò che viene affermato può apparirci vero o falso rispetto a qualcosa che conosciamo”.
La prima domanda da porsi, cioè, è: “Il locutore sta davvero affermando ciò che a me -soggetto che lo ascolta- appare star affermando?”. Possiamo definire questo primo passaggio come problema dell’interpretabilità, nel senso dell’interpretazione dell’intenzionalità del locutore.
Più in generale, la questione ha a che fare con la natura e la struttura della comunicazione umana. Se è vero che la comunicazione è quello che l’altro ha capito (o poteva capire, o voleva capire), e non quello che il locutore vuole esprimere, allora non tanto il misunderstanding, quanto l’ambiguità -e la conseguente necessità di tendere verso accettabili livelli di disambiguazione- è la regola anziché l’eccezione. Vanno a questo riguardo richiamati ovviamente due contributi teorici: la nozione etnometodologica dell’indessicalità, per cui il contenuto dell’enunciazione è qualificato necessariamente dal contesto relazionale in cui essa ha luogo; e soprattutto, il concetto di frame, la “cornice cognitiva” di Erving Goffman[i], che con un linguaggio e un apparato categoriale diverso da quello degli etnometodologi sottolinea la natura assolutamente contestuale dell’intero scambio relazionale, oltre che di tutte le sue microcomponenti.
Una seconda possibile accentuazione della frase è la seguente: “In qualsiasi dichiarazione, ciò che viene affermato può apparirci vero o falso rispetto a qualcosa che conosciamo”.
Ora: è ovvio che non tutto ciò che può venir detto è assoggettabile ad un giudizio di vero / falso. Per poter giudicare secondo questo criterio, è necessario che l’asserzione giudicata abbia natura dichiarativa, e soprattutto che la funzione che assolve entro il discorso sia referenziale. Per semplificare, bisogna “che il locutore stia parlando sul serio”.
Gli esempi in cui questo non si verifica sono molteplici, e a differenti livelli di generalità: andiamo dalle espressioni aventi pura funzione fàtica (che possono naturalmente essere anche asserti dichiarativi), fino al registro poetico (ad esempio in Genet, “La prison dort debout au noir d’un chant des morts”[ii]). Ma, per dare un’idea della complessità di questa dimensione, anche i controesempi sono molti: basti pensare ai discorsi della psicosi e dell’autismo, che spesse volte nascondono l’intenzione di un’asserzione sotto forme del linguaggio irriconoscibili come tali per l’inesperto. Si badi, inoltre, che la precondizione epistemica di quanto ora detto era quella del “discorso serio”, contrapposto a qualsiasi possibile uso non referenziale della comunicazione (recitazione e scherzo, ironia e sarcasmo, inganno, e qualsiasi altro).
Va aggiunta inoltre un’altra considerazione: noi siamo in grado di parlare di vero / falso solamente nelle situazioni in cui il soggetto sta asserendo qualcosa che attiene a stati esterni a lui stesso -eventi, fatti sociali, stati del mondo- di cui anche altri soggetti, e non solo il locutore, possano fare esperienza diretta; nel caso, invece, che si stia parlando di stati interiori, il vero / falso è praticamente privo di cittadinanza come criterio analitico. Ma il nostro discorso sociale, la nostra quotidianità, sono letteralmente intessuti di questo tipo di contenuti, essendo l’oggettivazione della nostra soggettività elemento essenziale dell’esperienza comunicativa umana, e del nostro esser riconosciuti da parte degli altri nell’interazione dialogica.
Vi è poi una terza possibile accentuazione: “In qualsiasi dichiarazione, ciò che viene affermato può apparirci vero o falso rispetto a qualcosa che conosciamo”.
E questo “rispetto a qualcosa che conosciamo” è forse il punto più delicato dell’intera tematica, ed è qui che compare la dimensione epistemologica dell’errore.Il vero problema, infatti, non è tanto che cosa conosciamo, ma soprattutto come conosciamo quello che conosciamo.
Innanzitutto, pare indispensabile distinguere tra l’esperienza biografica, personale, idiosincrasica -ciò che ognuno di noi sa su di sé, e che tendenzialmente nessun altro sa- da tutti gli altri tipi di esperienza. Questo in parte per rassicurarci su quanto tale ambito sia un patrimonio sul quale siamo noi i maggiori esperti, in parte però anche per ragionare sulle debolezze di questa forma di conoscenza: laddove per la conoscenza che è patrimonio collettivo i supporti saranno molteplici, e continuamente rinnovati in funzione del tramandarsi della memoria sociale, ciò che sappiamo di noi è non soltanto esposto al normale decadere della funzione mnestica, ma anche al triste venir meno dei supporti di quella memoria: fotografie, “cari ricordi”, eccetera. È bello il monito dei “vecchi amici” di Paul Simon: “Preserve your memories / they’re all that’s left you[iii]”, ma è anche vero che le Polaroid degli anni Sessanta ormai sono quasi inguardabili, e sappiamo bene che le cose -in un trasloco, o in uno sgabuzzino- si perdono.
Non che, del resto, le cose vadano meglio nel caso di tutto quello che costituisce esperienza mediata: il contenuto del nostro conoscere è soggetto ad un potenziale bias, una distorsione epistemologica di primaria importanza, che chiamiamo problema della valutazione della fonte. Nell’epoca della sempre più facile riproducibilità dell’informazione è necessariamente anche sempre maggiore la quantità di risorse che vanno sprecate nella valutazione della credibilità di ogni singola fonte. Ma questo vale per i campi dell’esperienza lavorativi, professionali o scientifici: il sapere quotidiano, al contrario, non avendo affatto l’esattezza e il rigore come obiettivo, è enormemente più esposto all’errore.
Un ulteriore elemento: sia quando ragioniamo della nostra esperienza biografica, sia quando vogliamo ricostruire eventi a noi esterni (la storia di una persona, la memoria di una collettività, i contorni di un evento) ci troviamo di fronte alla problematica distinzione tra proof ed evidence, tra prova incontrovertibile ed elemento a supporto; e saremo costretti a ricordarci necessariamente che un elemento materico che in un certo quadro di riferimento è proof, in un altro frame -o semplicemente in un’altra ottica d’analisi- potrebbe non essere nemmeno un’evidence degna di questo nome.
Oltre a dipendere largamente dal sistema di riferimento del locutore, e ad essere essa stessa sottoposta alle leggi del decadimento materiale, l’evidence è poi, naturalmente anche falsificabile, e dunque non è solamente la sua funzione segnica che ne viene investita (il piano del contenuto), ma anche la sua natura di veicolo di significazione (il piano dell’espressione): l’evidence, cioè, può essere due volte falsa, sia per se stessa, sia rispetto a quanto vorrebbe sostenere.
Con questi brevi accenni abbiamo visto alcune delle ragioni di fondo per considerare precari i modi della nostra conoscenza del mondo, e i loro risultati. Basi materiali che vengono meno, conoscenze di seconda mano, contenuti decidibili, saperi in continua evoluzione, memorie che svaniscono sono la normalità di quanto noi vorremmo fortemente poter pensare come stabile e certo. E in questo senso l’espressione “ciò che viene affermato può apparirci vero o falso rispetto a qualcosa che conosciamo” è vera solamente nel senso in cui si dà la possibilità che questo possa accadere -ma certamente non “in qualsiasi dichiarazione”, e con tutte le fragilità epistemologiche ora intraviste.
La domanda che ci dobbiamo porre, però, rimane: il nostro compito qual è? Tendere a ricostruire la verità storica di quanto viene asserito, o centrare l’attenzione sulla verità narrativa, e con essa limitarci al contesto d’enunciazione, e alla costruzione linguistica posta in essere dall’intervistato? A mio parere, con tutte le differenze di mandato e di metodo tra, poniamo, un sociologo e uno psicanalista, vi sono delle problematiche comuni alle varie scienze umane.
Spence[iv] argomenta, con specifico riferimento al setting psicoanalitico, che la base di partenza freudiana iniziale -la convinzione che compito dell’analista sarebbe di ricostruire archeologicamente la verità storica dell’esperienza del paziente- ha manifestato, nel tempo, scarsa rilevanza a fronte dell’importanza rivestita dalla narrazione in sé, e dai personaggi che in questa narrazione agiscono.
In più, e questa mi pare una nota di grande interesse, Spence sottolinea come vi sia una serie di elementi che si potrebbero effettivamente andare a verificare, ma che in genere si rivelano banali, di scarsissima rilevanza dal punto di vista dell’analista, quali il cognome da nubile di una zia, o l’anno in cui si iniziò a portare gli occhiali. È quasi come se quanto più qualcosa appare controllabile, tanto meno valesse la pena di andare a controllarlo.
È chiaro che si tratta di una posizione che si colloca ad un estremo del possibile continuum tra verità storica e verità narrativa: per lo psicoanalista il senso delle cose rimane a fianco del mondo rappresentazionale del soggetto, nel quale egli abita emozionalmente, e con i suoi corsi d’azione.
Altre figure, tipicamente l’investigatore e il giudice penale, solleverebbero naturalmente forti obiezioni, dal momento che nel loro frame d’azione -la logica dell’indagine e dell’imputazione- la primazìa sta con ciò che è controllabile.
Sarebbe però un errore pensare che il vero-soggettivo svincolato dal vero-oggettivo sia un problema riguardante solo certi professionisti, e l’opposto -il vero-oggettivo svincolato dal vero-soggettivo, invece- patrimonio esclusivo di altre figure: se non altro perché dentro qualsiasi atto di enunciazione si troveranno compresenti asserzioni inerenti a stati del mondo esterni al soggetto e asserzioni che invece riguardano stati interiori, e come tali non suscettibili di indagine.
Sembra maggiormente proficuo, invece, affrontare la questione in maniera più generale, ridefinendo la questione verità storica-verità narrativa come segue.
Entro il discorso delle persone vi sono:
- asserzioni rispetto al cui contenuto non ha alcun senso parlare di ricerca della verosimiglianza;
- asserzioni rispetto al cui contenuto questo è possibile (anche se, come sostiene Spence, si tratta spesso di qualcosa su cui semplicemente non vale la pena indagare).
Questa seconda dimensione, inoltre, può venire scissa in due sottodimensioni, in base ad una considerazione rilevante dal punto di vista sociologico: per poter decidere comparativamente in base ad evidenza esterna -per poter triangolare l’informazione con dei documenti, o con una testimonianza- è necessario che quell’evidenza esista. Ci troveremo quindi spesso di fronte a una terza categoria:
- asserzioni rispetto al cui contenuto si potrebbe cercare una triangolazione in base ad evidenza, ma dove nessuna evidenza è disponibile per una comparazione (perché non c’erano altri testimoni di un determinato episodio; perché tutti gli altri possibili testimoni sono già morti; perché non è rimasto alcun documento scritto o iconico che riguardi quell’episodio, eccetera).
Il grande interrogativo che ci poniamo è se qualcuno ci stia mentendo. Ed è comprensibile specialmente per chi, come gli scienziati sociali, lavora in base ad un’evidenza che è largamente frutto di testimonianze. Meno spesso ci chiediamo se qualcuno si stia sbagliando, mentre asserisce qualcosa su qualcosa.
Dato per scontato che il grande problema rimarrà tale, e che tutto ciò che possiamo fare è cercare di raffinare le nostre strategie metodologiche per ridurre il bias, a me sembra più proficuo rinunciare a cercare di capire se il nostro vero problema sia la menzogna o non piuttosto l’errore. Trovo più interessante mettere a tema la domanda: “Per un [ognuno inserisca la figura professionale che lo descrive meglio], è più rilevante, nel giudicare di quanto le persone ci narrano, porsi il problema della verità storica di quanto dicono, o concentrarsi sulla verità narrativa?” Mi pare che già ponendoci seriamente quest’interrogativo si chiarirebbe il modo in cui ognuno di noi agisce –ed agendola, l’ha pensata, e pensandola le ha almeno implicitamente assegnato un certo statuto epistemologico- la propria disciplina.
[i] Frame Analysis. L’organizzazione dell’esperienza, Armando 2001 (ed.or. 1974).
[ii] Le condamné à mort, in Poesie, (ed.or. 1942).
[iii] Bookends, nell’album dallo stesso nome (1968).
[iv] Verità narrativa e verità storica, Martinelli 1987 (ed.or. 1982).
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