Muri per comunicare PDF  | Stampa |  E-mail

briccarello.jpg Medical Graffiti all’Ospedale Giovanni Bosco di Torino

Rossana Becarelli*, Daniela Magnetti** 

Che cosa dicono i curanti, cosa raccontano di sé? Mentre oggi prende sempre più piede la narrazione della malattia, con la polifonia delle voci di tanti pazienti, i curanti tacciono, incarcerati nella veste professionale che non lascia filtrare emozioni, sentimenti, ma neppure paure o speranze. Non sappiamo cosa c’è nei loro cuori, nessuno consente loro di esprimersi, né durante la formazione universitaria né nel ruolo lavorativo che assumono subito dopo.

A loro è richiesto di mantenere una compassata distanza, di conformarsi al comportamento algido e indifferente che viene identificato con la “professionalità”, essi devono apprendere a non lasciarsi contagiare dal dolore e dall’angoscia che la malattia suscita nei loro pazienti, e a maneggiare strumenti ed attrezzature secondo impersonali procedure e protocolli.

I medici parlano solo quando passano “dall’altra parte”, quando l’esperienza della malattia li tocca e li coinvolge direttamente, solo allora lasciano traboccare il troppo pieno del non detto, o addirittura dell’inconfessabile. Ma questo non succede nell’ordinarietà del quotidiano. Non c’è traccia visibile delle loro inquietudini, del malessere che serpeggia e che le ricerche rivelano (alta percentuale di suicidi – altissima fra le donne medico - di abuso e dipendenza da sostanze, non ultimo l’alcolismo). I numeri non tradiscono le emozioni. Eppure, represse, occultate, rimosse, esse rimangono comunque a intridere i giorni e le azioni di ogni curante.

Proprio per questo colpisce la spontanea e coinvolta partecipazione di un gruppo di medici, insieme a tutto il personale di reparto, all’esperienza “Muri per comunicare” condotta all’Ospedale Giovanni Bosco di Torino.
L’idea di inserire in un contesto sanitario delle scritte sui muri è nata nel marzo del 2009 dalla collaborazione tra l’Ospedale Giovanni Bosco e la Fondazione Palazzo Bricherasio di Torino che ne ha curato, nella figura del suo direttore, l’ideazione, la progettazione e la realizzazione. Troppo semplice sarebbe stato, per una fondazione culturale che organizzava importanti eventi espositivi, rendere ‘bello’ un reparto ospedaliero, decorandone i muri con ”corpi estranei”, quali asettiche locandine bene incorniciate che riproducono celebri opere d’arte. Scelte da chi? Con quale criterio? Per appagare chi? Con quali finalità? Espressione spesso impropria e inopportuna, la riproduzione dell’opera d’arte sarebbe stata una forzata intromissione nel (vano) tentativo di rendere esteticamente gradevole un ambiente, limitandosi a riempire uno spazio su un muro, spesso spoglio e degradato. Ma quei muri potevano raccogliere altro, molto altro. Avevano una forza comunicativa che andava colta.

Per riconoscere ai muri la loro straordinaria e specifica potenzialità di comunicazione è stato sufficiente analizzare le culture che li hanno utilizzati, seppur con diverse motivazioni, come strumenti comunicativi, partendo convenzionalmente dall’arte precolombiana e prestando una particolare attenzione alla contemporanea corrente hip hop e al fenomeno writing, i graffiti metropolitani.

La condivisione con i medici e gli operatori dell’ospedale della potenzialità latente del muro ha sviluppato un lungo dialogo che ha permesso di individuare l’obiettivo del progetto: utilizzare il muro per comunicare le emozioni dei curanti. La sua concretizzazione è stata raggiunta dopo uno studio e una progettazione esecutiva sviluppatasi nell’arco di un anno e che ha coinvolto, oltre ogni auspicabile aspettativa, tutto il personale di due reparti dell’ospedale.

Attraverso numerosi incontri di confronto e di studio, le équipe di reparto hanno maturato la volontà di esplicitare le proprie emozioni insieme alla consapevolezza che lo si poteva fare semplicemente usando i muri del proprio luogo di lavoro,  rinnovando così quella libera espressione umana che ha caratterizzato la storia del pensiero dalle rocce di Lascaux alle pasquinate papaline. In epoca più recente, intuendo la potente valenza comunicativa dei graffiti, se ne è impadronita la pubblicità, stravolgendone però subdolamente l’uso per meglio plasmare chi subisce il messaggio e lo decodifica. Il gesto di scrivere su un muro, e per di più di dichiararsi esplicitamente sottoscrivendo con nome e cognome il proprio pensiero, afferma invece l’essenza stessa della persona, che con quell’atto opera un fortissimo effetto educativo su chi vede e legge.

Trasformare l’intero gruppo di lavoro in writers ha aperto la strada ad un’elaborazione dialettica fra il vissuto emozionale e la ritualità del lavoro quotidiano. Il confronto fra tutti gli operatori è apparsa la via più efficace per convogliare in modo costruttivo le energie emozionali di ciascuno. Alla fine di un processo corale di gestazione, che ha maieuticamente portato alla luce il non detto, l’occulto - quello che perfino i protagonisti ignoravano – ciascuno è giunto a dichiarare la propria verità. “Partorire” la propria soggettività emozionale mettendo temporaneamente in secondo piano l’oggettività professionale.  In questo modo si sono resi concretamente manifesti quei principi di umanizzazione, per troppo tempo assenti dai contesti ospedalieri, dando loro “voce” grazie alla condivisione sui muri. Perché non c’è  da aggiungere voci esterne ad una realtà che, nel momento in cui è comunicata da chi la vive, trasmette senza barriere l’ineguagliabile potenza emozionale implicita nella sua natura.

Mentre sono ormai assodati i bisogni psicologici e relazionali dei pazienti, è invece poco percepita la consapevolezza che analoghi bisogni esistono anche  nel personale medico e infermieristico, spesso isolato in un sistema fortemente strutturato da un codice linguistico impersonabile e imperscrutabile. L’analisi di questi altri bisogni sollecita l’offerta di risposte che superino il confine del linguaggio tecnico-clinico e ridefiniscano  la frontiera dell’umanizzazione, fino a considerare fondamentale la necessità di  comunicazione emotiva tra le persone, qualsiasi ruolo esse ricoprano all’interno del sistema. Il diffuso bisogno di comunicazione che caratterizza questa cultura sociale ad alta soggettività non può ulteriormente escludere  le emozioni che urgono e che chiedono di essere dette. Il progetto “muri per comunicare” ha affrontato anche la questione non marginale di  come divulgarle, scoprendo che la parola scritta e resa manifesta può rispondere in  buona parte ai bisogni individuati.

Ci ha meravigliato, arrivando al Giovanni Bosco, scoprire  - soprattutto nei medici - la voglia di manifestarsi, di esporsi, di varcare il ritegno abituale, di rompere lo schermo della professione e la barriera del camice.

Entrati in ospedale per realizzare una decorazione murale su pareti troppo bianche, abbiamo percepito una intenzione diversa: ci è stato proposto un intervento non convenzionale, specifico e caratterizzante. Qualcosa di intimo e personale, di spontaneo e di immediato, quanto di più distante si potesse immaginare dall’habitus distaccato dei professionisti.

Così è stato possibile raccogliere durante una lunga estate innumerevoli frasi, inaspettatamente poetiche, cariche di pathos e di immaginazione. Nessuno si è sottratto al gioco: medici, infermieri e OSS. E alla fine fra tutte le frasi ne sono state scelte alcune, non in base all’ordine gerarchico dei partecipanti, ma al gusto condiviso dall’intero gruppo di lavoro che ha imparato a trasformarsi nel momento stesso in cui raccontava: da protagonisti a fruitori e viceversa, immedesimandosi nel lettore, sia esso collega o paziente. Rispettando questo stesso principio di eguaglianza, le frasi prescelte sono state poi riprodotte sui muri alla stessa altezza, perché anche simbolicamente esse denotassero l’identico valore degli individui, quando questi parlano di sé. Non c’è differenza, né superiorità di ruolo, nel processo di cura, tra i curanti tutti e i curati. Tutti coinvolti nello stesso percorso, nella stessa finalità di guarigione, tutti parte della stessa umanità. Su tutti questi aspetti ha, infine, prevalso la consapevolezza di collaborare alla finalizzazione di uno strumento da condividere con altri. Uno strumento di comunicazione che avrebbe dovuto non solo manifestarsi ad un Altro, spesso sconosciuto, ma anche presentarsi come credibile e comprensibile (cosa che ha impegnato ognuno nello sforzo di uscire dal cortocircuito dell’autoreferenzialità, addentrandosi negli anfratti della meta comunicazione).

I muri riportano ora dei segni: e finalmente leggiamo, scritto in chiaro, quello che i medici pensano di sé, le sensazioni e i sentimenti che provano.
Sono poche e semplici parole, ma per questo ancora più trasparente è il senso e le intenzioni che le animano. Le firme sotto ogni frase rivelano la volontà di farsi finalmente capire, durevolmente e senza infingimenti. Nessuna provocazione, nessun intento trasgressivo, in apparenza. Se non per il fatto che adesso pazienti e visitatori che passano e sostano nei corridoi possono vedere e riconoscere che i curanti non maneggiano solo bisturi e sonde, ma sono persone, con sentimenti, passioni, pensieri e compassione.

I “muri per comunicare” rivelano un territorio poco noto, ma ricchissimo di potenzialità sul piano della conoscenza di sé e della comunicazione, con evidenti ricadute informative e pedagogiche. Semplici ed essenziali applicazioni murarie sono bastate per far vibrare di inaspettate emozioni il bianco delle pareti.

E poiché l’impatto emotivo, che sempre precede quello cognitivo, si raffronta innanzitutto con la bellezza, ne abbiamo curato la grafica nei minimi dettagli estetici dando ai contenuti una struttura ordinata e armonica. La nitida eleganza con cui le frasi sono state trascritte sui muri non è un mero esercizio formale fine a sé stesso : essa testimonia assai più profondamente il rispetto etico dovuto ad ogni espressione individuale. Dare a ciascuno la percezione dell’intrinseco valore estetico della verità  forma ed orienta la sensibilità degli operatori sanitari

Questa specie nuova di graffiti annuncia la metamorfosi che sottilmente comincia a erodere il corpo medico, estendendosi poco alla volta agli altri ospedali, e che prima o poi raggiungerà anche le scuole di medicina. L’idea di usare i chilometri di superficie murale presenti nelle strutture sanitarie, trasformandoli in spazi aperti di mediazione sociale fra chi vive quotidianamente la struttura e i suoi utilizzatori, ci pare feconda di straordinarie possibilità. I “muri per comunicare” del Giovanni Bosco sono il preludio al rinnovamento della cultura medica in cui anche ai curanti sarà lecito e consentito narrare di sé, e delle tante incertezze e lacerazioni di cui in questo mondo si compone ogni cura, per chi la applica e per chi la riceve.

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* Direttore Sanitario Ospedale San Giovanni Antica Sede, Torino. Referente AReSS per l’umanizzazione delle strutture sanitarie in Piemonte

** Direttore Fondazione Palazzo Bricherasio (1998-2009)

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