Genere, differenza, relazioni PDF  | Stampa |  E-mail

cavarero.jpgAdriana Cavarero ne parla con Giorgio Bert

Adriana Cavarero: filosofa, docente universitaria. Esponente del movimento femminista internazionale. Tra i suoi saggi ricordiamo in particolare: Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, 1997; A più voci. Filosofia dell'espressione vocale, Feltrinelli, 2003; Orrorismo. Ovvero della violenza sull'inerme, Feltrinelli, 2007


Giorgio Bert Quando si parla di "genere", si pensa istintivamente alle donne, all'epistemologia femminista, come se ciò che si definisce "maschile" o "virile" non fosse anch'esso largamente una creazione culturale.  Come mai, secondo te?

Adriana Cavarero Come tu sai c'è innanzitutto un problema di traduzione: l'inglese gender si riferisce direttamente alla differenza sessuale (maschile/femminile), mentre l'italiano genere ha un uso assai più ampio (genere letterario, per esempio).  Le teoriche del gender, comunque, sostengono che esso sia appunto una creazione culturale, ossia che ciò che noi pensiamo del 'maschile' e del 'femminile' sia il risultato della tradizione e dell'ordine politico-sociale (in questo senso, il gender è molto vicino a quello che noi potremmo definire 'stereotipo dei sessi').  Quando in inglese si parla di gender, lo si contrappone al sex: che sarebbe invece la realtà biologica. In italiano, invece, un'espressione come 'differenza sessuale' mira a coprire sia il versante culturale che quello biologico o, meglio, mira alla loro inestricabile connessione nella questione del trovarsi di ognuno e di ognuna già singolarmente sessuati nella differenza.

Giorgio Bert Mi pare che dal tuo saggio "Tu che mi guardi, tu che mi racconti", emerga che nel pensiero autobiografico maschile l'io-che-scrive è un io adamantino, monoblocco, che nel narrarsi si guarda nello specchio e si convince di coincidere esattamente con l'io-che-vive.
L'io autobiografico femminile è invece molteplice e non ha difficoltà ad assumere punti di vista diversi, a narrare molte storie e storie nuove. Non solo: l'io narrante è costantemente costruito dalla narrazione che egli stesso fa: è un palinsesto. Personalmente sono convinto di questo; è effettivamente anche il tuo pensiero?

Adriana Cavarero Mi pare che il tuo pensiero sia più post-moderno e perciò più raffinato del mio. Io sostengo semplicemente che il soggetto del macrotesto filosofico occidentale, soprattutto moderno (vedi Cartesio e il suo Cogito ergo sum)  sia un soggetto narcisistico che pretende di fondarsi da solo, di essere trasparente a se stesso e di non aver bisogno di nessun altro (neanche della madre che lo ha messo al mondo).  Le autobiografie maschili classiche - Agostino, Rousseau -  sono in effetti molto legate a questo paradigma: so chi sono, nessuno mi conosce meglio di me e, quindi, mi narro. Soprattutto da parte post-strutturalista e post-moderna, le critiche all'arroganza di questa posizione auto-poietica ed ingenua  sono ormai parecchie. La mia particolare critica va, però, in una diversa direzione. Attraverso Hannah Arendt e Karen Blixen, io faccio appello alla biografia (ossia alla mia storia raccontata da un altro) per contrastare l'arroganza e la falsità dell'autobiografia. Ciò significa che, per definizione, io non so chi sono ed ho bisogno di te per saperlo. Ossia ho bisogno che tu (mia madre, la mia amica, il mio amante, mio figlio, ecc.) risponda al mio desiderio di avere un senso ovvero di avere una vita narrabile come una storia. Noto, a questo proposito, che le donne sono tradizionalmente abituate a narrare storie e a scambiarsele. Le donne, in altri termini, si comportano sulla scena narrativa in modo più aperto - più attento all'altro, al suo desiderio di essere un sé narrabile - che gli uomini. Si tratta, ovviamente di stereotipi, di costruzioni culturali, di gender: ma come possiamo farne a meno? io non lavoro nel 'vuoto', nel puro pensiero; lavoro invece nella cultura che mi ha formata e nel linguaggio che mi parla per farli significare diversamente. Ossia, destrutturo, rubo, ricombino: gioco. Il mio libro Nonostante Platone (un libro al quale sono molto affezionata e che è stato ristampato recentemente) è appunto un gioco irriverente per dislocare la potenza classica dell'immaginario.

Giorgio Bert Nel tuo saggio "A più voci" insisti sul fatto che "l'esistente in carne ed ossa, unico e irripetibile" , in quanto non rientra tra gli oggetti universali e atemporali del pensiero, non ha per la filosofia statuto ontologico: e cioè irreale. Nel mio mestiere di medico esiste una situazione analoga: si confrontano infatti la malattia, che pur non essendo una "cosa" ha un status ontologico ed è descritta come obiettiva e reale, e il malato in cui la malattia parla con la voce "unica e irripetibile" non della medicina ma della vita. Il filosofo può anche decidere di non gettare ponti tra il mondo degli universali e quello dell'unicità; il medico non può farlo: deve infatti stabilire col paziente una relazione, che è narrativa (richiede l'uso della parola) e ha luogo nel tempo.  A me pare che un'epistemologia di tipo femminile, in quanto accetta la molteplicità ed è profondamente relazionale, sia -più di quella maschile- particolarmente utile per gettare quei ponti. Sei d'accordo?

Adriana Cavarero Sono d'accordo, ma più sulla relazionalità che sulla molteplicità. Essendomi formata su Arendt, preferisco la categoria di 'pluralità' a quella di 'molteplicità'. Mi spiego. La molteplicità è stata appunto rivalutata, negli ultimi decenni, dal pensiero post-moderno. L'idea di fondo è che l'uno - l'unità del soggetto di tipo cartesiano al quale accennavo sopra - debba essere spezzato, sciolto in una molteplicità di frammenti, divenendo così perennemente altro rispetto a se stesso. Io sarei, così, per esempio, molte cose, ossia avrei molte identità che si mescolano e vorticano continuamente:  donna, filosofa, musicofila, italiana, europea, eterosessuale, madre, figlia, femminista, cuoca ecc..Non sono un punto fisso: a seconda di come mi prendi, mi consideri, mi vedi, cambio. La categoria di pluralità, che io adopero in senso arendtiano, è diversa. Essa comporta che ciascuno e ciascuna di noi sia un essere unico, e che perciò l'insieme degli esseri umani sia una pluralità di esseri unici.  Quando tu sei in relazione con il paziente, sei in relazione con ciascuno, uno per uno, nella sua concretezza reale e irripetibile. Tale relazione, sono d'accordo con te, è eminentemente narrativa perché comunichi con lui e lo ascolti. Potete anche non capirvi ed equivocare: ma la struttura relazionale - come direbbe Lavinas - è quella di due esseri unici che stanno 'faccia a faccia' e, prima di ogni altro contenuto specifico della comunicazione, comunicano l'uno all'altro la loro unicità. Ciò non comporta che questa relazione comunicante sia necessariamente orizzontale e su un piano di perfetta reciprocità. Il lavoro di cura comporta che qualcuno, sbilanciandosi dall'asse che lo vorrebbe eretto, si inclini sull'altro. Nei nostri rapporti, non solo in quelli di cura, c'è spesso uno sbilanciamento, uno sporgersi sull'altro. La reciprocità intesa come orizzontalità è un mito. 

Giorgio Bert Nella nostra cultura sembra che l'esistenza di differenze preveda sempre un qualche tipo di gerarchia. La differenza di genere non fa eccezione: non mi riferisco tanto agli stereotipi misogini rozzi e da caserma in cui hanno incappato anche persone di elevate capacità intellettuali come Nietzsche o Pavese, quanto a quelli impliciti, dimostrati ad esempio da una ricerca effettuata su numerosi dipartimenti di emergenza inglesi.  Da essa risulta che gli stessi identici sintomi venivano considerati seri e degni di accertamenti  e perfino di ricovero se riferiti da uomini, mentre se erano donne a riferirli venivano nella maggior parte dei casi sottovalutati o ritenuti "psicosomatici". Che significato dai a un atteggiamento del genere?

Adriana Cavarero So queste cose e non mi stupiscono. L'ordine simbolico patriarcale è ancora operante anche nelle società cosiddette 'avanzate' e ovviamente, nelle scienze (medicina compresa) che si sono formate nel suo alveo. Per questo la lotta per la parità è solo una battaglia strategica di secondo piano, dalla quale non attendiamo grandi risultati. La vera lotta si gioca infatti al livello dell'ordine simbolico, ossia al livello del linguaggio, dei significati e delle rappresentazioni. Con questo non intendo, naturalmente, dire che sia solo una questione di teoria o di invenzione teoretica. E' anche, e soprattutto, una questione di pratiche.

Giorgio Bert Ne A più voci, parlando del canto delle sirene, osservi che esso non è pura melodia ma "una voce narrante, un canto dove la vocalità e l'oralità stanno insieme nella musicalità della prestazione". Evidente la somiglianza col primissimo linguaggio materno che unisce canto, espressioni vocali, parole… Le sirene però sono mostri micidiali… Il termine "madre" è inquietante , come avvertono Faust e lo stesso Mefistofele ("Madri… A voi mortali dee ignote, da noi non volentieri nominate..."). Ho l'impressione che quando si parla di "madri" si vada oltre la dicotomia di genere (madre/padre): c'è qualcosa di terribile e al contempo affascinante in questa parola:, che a differenza del termine "padre" "dà i brividi".  Perché, a tuo avviso?

Adriana Cavarero Non andrei oltre la differenza sessuale, ci mancherebbe altro! madre è senz'altro femminile ed evoca il femminile. Che la madre sia tremenda, inquietante, dipende proprio dalla potenza generatrice che la donna ha (e che all'uomo manca) e dalla sua tradizionale inclinazione sull'infante. Nel mio ultimo libro, Orrorismo o della violenza sull'inerme, mi sono occupata di una madre molto cattiva: Medea. Come tu sai meglio di me, l'infanticidio è sostanzialmente una specialità femminile, materna.  Thomas Hobbes (altro che Goethe!), ossia il padre dell'immagine della sovranità raffigurata nel mostruoso Leviatano, dice che, per natura, spetta alla madre il potere di curare o distruggere i suoi figli. Nell'immaginario occidentale, accanto allo stereotipo della madre oblativa, la Madonna col bambino,  c'è anche lo stereotipo della madre infanticida, appunto Medea. Nulla di tranquillizzante riguarda la tradizione delle madri. Mentre gli uomini si specializzano storicamente in carneficine su larga scala (le guerre), le donne si specializzano in rapporti non sempre benevoli con l'infante, l'inerme.  Che la figura del padre inquieti un po' meno, dipende anche dal fatto che, in genere, o, per lo meno, al di fuori dei luoghi istituzionali (ospedali, cliniche, ospizi),  i padri non si occupano dei bambini né di persone vulnerabili (vecchi, malati).  Un'etica del vulnerabile può essere pensata a partire da un ripensamento del materno e dei suoi diversi lati: a volte dolci, altre oscuri.

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